Esiste ancora un fantascienza "cosmologica"? Alastair Reynolds, connazionale di Olaf Stapledon, ha cercato di ricrearne una, descrivendo un universo ricco di storia e religioni; una tecnologia avanzata che permette di viaggiare tra le stelle senza infrangere la velocità della luce; entità che forse vengono dal futuro ed esseri post-umani. Ma la sua è anche una storia di conflitti, ed ecco entrare in scena gli Inibitori, creature inorganiche votate fin dall'antichità a una terribile missione di morte. È questo lo sfondo di Absolution Gap, il grande romanzo che conclude la trilogia di Rivelazione e Redemption Ark (già pubblicati da "Urania" rispettivamente nei nn. 1550, 1553 e nel "Jumbo" n. 41). La resistenza contro i nemici meccanici dell'umanità è affidata a due avamposti, uno dei quali è una luna messa sotto assedio dagli Inibitori. Neville Clavain, Khouri e sua figlia – la ragazza geneticamente modificata – dovranno giocare la loro partita sperando davvero nell'Assoluzione finale. Non solo per una specie vivente, ma per il nuovo universo che sorgerà. |
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Buona se non ottima conclusione della trilogia di Space Opera iniziata con Rivelazione e proseguita con Redemption Ark. Con anche degli spin-off come Il Prefetto e La Città del Cratere, quest'ultimo però lo devo ancora leggere.
Non mi rimangio certo le critiche che avevo fatto in precedenza, anzi le riaffermo, ma devo davvero dire che questo volume finale mi è piaciuto proprio per quello che non ha cercato di fare.
Cerco di spiegarmi, ma non sarà facile. In quasi tutta la Space Opera, sia quella classica che quella moderna, il punto debole è arrivare ad una conclusione logica, perchè normalmente lo sviluppo della storia prende una tangente di qualche genere, tecnologica, iperscientifica con tantissima nuova scienza che ovviamente non si riesce a spiegare, e a volte al limite del fantasy. Non ne si può fare tanta colpa all'autore, perché se piacciono le estrapolazioni estreme, poi si deve far conto che non può esistere una conclusione coerente all'interno della logica attuale.
È un difetto che è facile riconoscere nella maggior parte delle Space Opera che cercano di andare oltre i limiti scientifici conosciuti, e apparentementemente è un fatto inevitabile. The Expanse riesce ad evitare questo difetto, per lo meno al momento, perché l'intera vicenda si sviluppa sotto le normali condizioni scientificamente riconosciute, a parte un "portale" che connette il nostro sistema solare con tanti altri a distanze sconosciute, ma questo è una possibilità teorica reale e nei romanzi non viene violato alcun aspetto scientifico.
Questa trilogia di Reynods inizia più o meno nella stessa maniera, con una fedeltà alla fisica conosciuta, ma con molta più libertà di estrapolazione nel rapporto tra uomo e macchina, sia nella versione Cojoiner che in quella Ultra.
Però già nel secondo volume, e ancor più in questo conclusivo, le estrapolazioni diventano più generali, più spinte, per spiegare la presenza degli Inibitori principalmente, e per dare una base logica alla possibilità umana di confrontarsi con loro.
Quindi ci si stava dirigendo verso il solito finale caotico, convulso e logicamente estremamente debole di tante altre Space Opera, piene di paroloni pseudo-scientifici a mascherare l'intrinseca debolezza della soluzione proposta. Reynolds ha avuto invece un colpo di genio: ha creato un finale in cui non spiega niente, ma in modo "molto logico" e accattivante, facendo intervenire delle forze di cui non si saprà nulla di preciso ma che "aggiustano" la situazione, almeno per il momento. Poi per il futuro si vedrà, se ci sarà un futuro.
Certo, rimane sicuramente un senso di incompiuto, un retrogusto di insoddisfazione, ma in questo modo la vicenda una sua conclusione comprensibile ce l'ha.
E onestamente è decisamente di più di quello che mi sarei aspettato dopo il secondo volume.
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